INTELLIGENZA ARTIFICIALE, APOCALISSE IN VISTA O PARADOSSO? SE L’AI FA DAVVERO PAURA PERCHÉ NESSUNO SI FERMA?
di Massimiliano Gallina | pubblicato il 25 settembre 2026
Da OpenAI ad Anthropic, da Google a Grok: negli ultimi giorni diversi colossi tech hanno manifestato i loro timori sullo sviluppo non controllato dell’intelligenza artificiale. Serve maggiore cautela, occorre rallentare lo sviluppo dei modelli di AI, che stanno diventando sempre più autonomi e potenti: questo il messaggio condiviso. Una convergenza a prima vista insolita quella tra i principali protagonisti impegnati in una competizione tecnologica (ed economica) sempre più serrata: chi ha contributo alla crescita esponenziale della tecnologia che potrebbe rivelarsi pericolosa se non gestita adeguatamente, chiede ora di poterla usare in modo più responsabile.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE, APOCALISSE IN VISTA O PARADOSSO?
Dietro questa apparente responsabilità potrebbero, però, nascondersi interessi commerciali forse legati al lancio di un modello concorrente più potente. Come osserva il teologo francescano Paolo Benanti, docente alla Luiss e all’Università di Seattle, già consigliere di Papa Francesco sull’IA: "Il digitale nasce come uno spazio di libertà, o almeno percepito come tale. La prima internet non prevedeva neanche le password. È un sogno che ci ha guidati, salvo poi svegliarci in una realtà diversa. Oggi ci accorgiamo che il digitale è l’elemento più importante della geopolitica, soprattutto la parte che risponde all’intelligenza artificiale".
SE L’AI FA DAVVERO PAURA PERCHÉ NESSUNO SI FERMA?
Anche Mario Rasetti, professore emerito di Fisica Teorica al Politecnico di Torino, ha espresso la sua visione sul futuro dell’AI, prendendo apertamente le distanze dalle narrazioni più allarmistiche: la vera sfida non è il rischio esistenziale, ma la capacità delle comunità scientifiche di costruire strumenti concettuali adeguati a una materia che “non è ancora una scienza compiuta”. Per il luminare, l'intelligenza artificiale è oggi più pratica che teoria, ed è compito della comunità accademica trasformarla in un sapere strutturato da insegnare.
Viene, dunque, da pensare: se il “pericolo” dell’intelligenza artificiale è così tangibile, perché i principali player della competizione tecnologica non si fermano davvero?
